Camorra(2018) di Francesco Patierno, un documentario necessario e “La luce dentro – una storia italiana”. Confronti

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Una Napoli molto diversa e sicuramente peggiore di quella di oggi, dagli anni Sessanta agli Ottanta: questo è l’arco di tempo narrato in “Camorra, il docufilm di Francesco Patierno, presentato a Venezia 75 e andato in onda il 4 settembre 2018 su Rai 3. Lo stesso arco di tempo si ritrova ne “La luce dentro”, il mio primo romanzo, ambientato proprio a Napoli, presentato nel 2007 e che dieci hanno dopo ho ripubblicato con una nuova casa editrice, per “celebrarne” i primi 10 anni. Aspettavo questo docufilm, con alte aspettative, per nulla disattese. Infatti, è proprio come me lo immaginavo. Realizzato totalmente con materiale d’archivio Rai, di cui il 90% tratto dai Tg2 Dossier del grandissimo Joe Marrazzo(forse il miglior giornalista di cronaca mai avuto in Italia), contiene filmati in bianco e nero, che si alternano a quelli a colori, senza seguire un ordine cronologico, ma un filo logico sì ed è quello che parte con la trasformazione della camorra, dal contrabbando di sigarette alla malavita più simile a quella mafiosa. “La luce dentro” parte dal Dopoguerra, ma la vita di Rocco speranza cambia proprio nell’arco di tempo narrato dal docufilm. Ad arricchire quest’ultimo, la voce e le musiche fuori campo di Meg dei 99 Posse, che di rado si sovrappongono alle immagini, senza mai invaderle.

Il contrabbando di sigarette, fortemente presente nella sub-economia napoletana sin dal Dopoguerra, è stato fonte di sostentamento di molti cittadini di Napoli e dintorni, fino ad almeno tutti gli anni Ottanta, anche se, agli inizi, era semplice illegalità, non ancora così fortemente delinquenziale, soprattutto per il poco spargimento di sangue. Rocco Speranza, protagonista de “La luce dentro”, diventerà un boss del contrabbando, reincarnando le atmosfere della vecchia mala delle canzoni di giacca e delle sceneggiate teatrali con Pino Mauro (di cui una sequenza è presente proprio in “Camorra”). Allo stesso tempo, lo Speranza tende a distaccarsi da quelle atmosfere, per via della sua giovane età e per certe inquietudini interiori, più che per ristrettezze economiche. La malavita diventerà per lui una scelta obbligata, intenta a punirlo da colpe che sono tali solo nella sua testa. Allo stesso tempo, quella scelta gli servirà per cercare di aiutare delle persone a non essere come lui. Colpisce, nel docufilm, un filmato in bianco nero, tratto da un TG2 Dossier del 1974, in cui Marrazzo intervista Ferdinando Grieco, di 23 anni, unico sopravvissuto di una famiglia di camorristi “indipendenti”, cioè non legati a grossi clan. Nell’intervista, il ragazzo mostra una calma apparente, quasi di sfida a chi sarebbe pronto a far fuori anche lui. Non gira più armato, come se poco gli importasse di ciò che potrebbe accadergli. Finto menefreghismo, che cela una certa rassegnazione. Il giovane Grieco è solo terrorizzato e non si sa che fine abbia poi fatto (in rete non si trova nulla in merito).

In “Camorra” sono grandi protagonisti i bambini, intervistati e messi a nudo nel loro essere vittime inconsapevoli (fino a un certo punto) della povertà estrema e di un sistema malato, frutto di uno Stato assente. Bambini, quelli, di cui è impossibile non chiedersi se oggi, dopo 40 anni circa, siano ancora vivi o finiti nel peggiore dei modi. Bambini che rubano, che accompagnano i soldati americani nei bordelli del porto di Napoli, che spacciano, che commettono rapine, che si drogano, che vendono merce scarsa e che, però, si commuovono leggendo le poesie di Natale e si divertono un mondo ballando il rock ‘n’ roll, sovrastato volutamente dalla malinconica musica di Meg. Bambini i cui occhi brillano di innocenza e di una forte richiesta di aiuto. Colpiscono molto i due ragazzini, di 13 e 15 anni, che, coperti da un passamontagna, dichiarano di sniffare e bucarsi. Quei passamontagna, però, non nascondono i loro bellissimi occhi tristi di un’infanzia bruciata. Bambini degli anni 70, uomini di oggi. Forse.

Con la seconda parte del docufilm, il dramma prosegue, ma in altro modo. Si arriva a parlare di colui che ha dato il via a una camorra trasformatasi fino a divenire quella che conosciamo oggi e che tanto viene “celebrata” in determinate e discutibili serie tv: Raffaele Cutolo, boss di Ottaviano (NA) e fondatore della Nuova Camorra Organizzata (NCO). Eppure questa parte di “Camorra” non è assolutamente distaccata dall’altra, ma è una naturale prosecuzione del racconto, dove alle vittime della fame dedite al contrabbando e ai bambini disperati seguono altre vittime: quelle del progetto folle di Cutolo, abile stratega della comunicazione, con il suo parlare per bene e l’aria apparentemente mite, da insegnante che non saprebbe tenere a bada una classe, colui che, se non fosse stato un criminale e tuttora a marcire al 41 bis (e sta marcendo davvero, dato che ha non pochi problemi di salute, tra diabete, prostatite, artrite, semi-cecità e problemi di rigetto di una protesi dentaria), oggi ci avrebbe magari ammorbati con le sue poesie, con dirette Facebook o Instagram. Tanti di noi forse lo avrebbero seguito ed avrebbero interagito oppure polemizzato con lui e con le sue poesie nonché eventuali discorsi sulla politica o su altri argomenti. In alternativa, sarebbe stato a capo di qualche grande azienda o anche in Parlamento. La sua estrema intelligenza lo avrebbe di sicuro portato lontano e parecchio. Ma egli è cresciuto in un ambiente di povertà, di sopraffazione e di una violenza di sottofondo che ha conosciuto già dall’infanzia. Avrebbe anche assistito a un’esecuzione camorristica, trauma infantile non da poco: per quell’omicidio i suoi pantaloncini erano stati utilizzati per nascondere una pistola. Così si dice. Crescere in un certo modo significa aver sviluppato pensieri sbagliati che non lo avrebbero abbandonato più, portandolo a uccidere un coetaneo in gioventù e a ideare un’organizzazione criminale per contrastare lo Stato crudele, reclutando uomini che faticavano a trovare un posto nella società.

Cutolo vittima di se stesso, perché lo Stato è lo Stato e non è crudele -anche se ci fa pagare le tasse, se funziona spesso male e scontenta i cittadini probabilmente da sempre- e la NCO era un’organizzazione criminale e sanguinaria. Camorra e nient’altro. Chi sceglie la camorra o va in galera o muore, la camorra non riscatta nessuno(a meno che non si sconti una pena e si decida di cambiare vita per sempre; di esempi per fortuna ce ne sono), non esistono i Robin Hood, ma i messaggeri del Male. Se diventi camorrista fai del male a te stesso, al tuo prossimo e al tuo Paese.

O’ Professore (come veniva chiamato Cutolo), era considerato eroe dove quello Stato non crudele era crudele per forza, perché assente, e i suoi gregari, forse le pedine più deboli (perché i pezzi grossi erano latitanti e si camuffavano, anche tra i servizi segreti), nel docufilm sono tutti felici di farsi intervistare da Marrazzo, in uno spezzone di Tg2 Dossier del giugno 1981. Evidentemente plagiati e assoggettati psicologicamente, sono pronti a definire Cutolo “santo protettore”, di dichiararsi amici di infanzia e di considerarlo un benefattore. C’è anche chi dichiara di desiderare una trasfusione con il suo sangue, come afferma, impappinandosi coi congiuntivi, l’intervistato che inevitabilmente è rimasto più impresso, di quel Tg2 Dossier: aria sorridente, ma velatamente malinconica, e occhialoni dalla montatura bianca (tipica dell’epoca), che lo rendevano un po’ simil-punk e un po’ un Mike Bongiorno perverso. Si chiamava Antonio Lucarelli, detto “O’ Giarrone”, aveva piccoli precedenti penali, era il capotifoso della Juve Stabia, vendeva fuochi artificiali e andava in giro con una strana Volkswagen che aveva la calandra di una Rolls Royce. Era definito allegro e simpatico, ma si diceva avesse improvvise tendenze violente (queste info si trovano sul web, basta cercare bene). Nella NCO si era inserito bene e forse non era più soltanto il capotifoso che si divertiva come un matto con un tifo folkloristico e diverso da quello di oggi. Aveva organizzato lui l’incontro con Marrazzo per permettergli l’intervista ai cutoliani al Castello Mediceo(che ai tempi apparteneva a Cutolo) e a casa della sorella del boss, Rosetta. “O Giarrone” forse non sapeva di essere un obiettivo facile per i suoi nemici e fu ucciso pochi mesi dopo, ad appena 44 anni, mentre dormiva nella sua stanza, in un hotel di Castellammare, in cui era ospitato come terremotato. Tre (o quattro?) ragazzi della futura Nuova Famiglia (avversa alla NCO) lo crivellarono di pallottole, insieme a sua moglie, che si salvò. I killer, poi, avevano seminato il panico sparando a caso in giro per l’albergo, per farsi strada, nel panico generale della gente, bambini compresi che urlavano terrorizzati. Il destino di questo personaggio era già segnato e non solo per colpa del terremoto: poco tempo prima, per sfuggire a un interrogatorio dei Carabinieri, si era lanciato da un secondo piano (forse sempre di quell’hotel) e, non essendo Superman, si era trovato con le gambe spezzate ed era rimasto zoppo, dopo un lungo ricovero in ospedale. Forse qualcuno ce l’aveva pure con lui e lo aveva minacciato, poco tempo prima. Lui, baldanzoso come gli altri di quella intervista e vittima come tutti coloro che hanno incontrato Cutolo sul proprio cammino, era fiero di essere devoto a Don Raffaele, una devozione morbosa, esagerata e, proprio per questo, incontrò la morte (anche per colpa di quella intervista, non c’è dubbio), così come tanti altri cutoliani tra i 20 e i 45 anni nel corso degli anni, carne da macello e nient’altro. I morti si contavano a centinaia, ogni anno, e dietro quei numeri c’erano persone, innocenti e colpevoli. L’esecuzione di “O Giarrone” fu emblematica, anche se è stata dimenticata e non viene citata in nessun saggio né in tv, nonostante il volto di quest’uomo sia facile da ricordare e lo spezzone della sua intervista è comparso spesso in tv e sul web. La sua fine fu cruenta quasi quanto quella ben più eclatante che toccò a un altro giovane della NCO, Giacomo Frattini -detto Bambulella, anche lui occhialuto e sorridente- avvenuta a Gennaio 1982: era forse un killer e fu rapito da membri della NF, torturato, sfigurato e poi mutilato (testa, cuore e mani furono messi in sacchetti di plastica diversi e il tronco fu fatto ritrovare nel bagagliaio in un’automobile). Di questo cutoliano, sui 22 anni, non si parla in “Camorra” e forse mi sto divagando troppo. Fatto sta che anche chi sbaglia, nella vita, non merita di essere ucciso, per di più in maniera così brutale, come i due giovani di cui ho appena parlato. Nel documentario c’è anche una sequenza (da un Tg forse del 1982/83) in cui Don Raffaele si precipita a salutare dei suoi seguaci da dietro le sbarre, che lo acclamano come se fosse una rock star che va salutare i fan e rilasciare autografi e selfie. Cutolo e la NCO erano una organizzazione che si metteva in mostra, edonisticamente, attirandosi, poi, gli odi di tutti gli altri clan campani. Ma proprio tutti. E’ diverso da Rocco Speranza, che in un riscatto crede davvero, anche se per gli altri e non per se stesso, dato che preferisce vivere della propria inquietudine. Un riscatto più onesto e non criminale. Ma gli uomini di Rocco Speranza non sono così differenti dai giovanotti di Cutolo che parlavano ai microfoni di Marrazzo o che lo acclamavano come una star. Si veda il personaggio di Sidney, ad esempio, esuberante e fiero di essere devoto a Don Rocco Speranza. Sono vittime tutti, personaggi di un romanzo e uomini veri, probabilmente tutti morti nelle sanguinose guerre di camorra o lo stesso anno dell’intervista o poco tempo dopo. Come per i bambini, ci si potrebbe chiedere se anche questi cutoliani siano ancora in vita. Almeno, io me lo sono chiesta, forse perché spero sempre che chiunque possa uscire dal baratro in cui cade quando sbaglia, nella propria vita.

Marrazzo vs Raffaele Cutolo, quindi, e il vincitore non è quest’ultimo, nascondendo una presunta sicurezza di sé in interviste in cui è talmente nervoso da far venire il mal di mare, senza stare mai fermo, spostandosi continuamente da un lato all’altro di uno stretto spazio dietro le sbarre. Cutolo è diverso dal personaggio che Ben Gazzara ha portato ne “Il Camorrista” (1986), film di Tornatore ispirato al boss di Ottaviano. Ben Gazzara recita bene, ma è Ben Gazzara, molto più pacato e più maturo, come età, del boss di Ottaviano. Di uno come Raffaele Cutolo ci sarebbero da scrivere articoli su articoli, saggi su saggi e non basterebbe un solo film per rispondere a dei perché di cui si sa già la risposta. Il microfono di Marrazzo vs le manette di Cutolo, dicevamo, e quelle interviste sono diventate lezioni di televisione, agghiaccianti, inquietanti nella loro verità e schiettezza. Così come è inquietante la storica intervista alla sorella di Cutolo, Rosetta, che ha vissuto nell’ombra del fratello minore e che, forse, era la vera mente della NCO. In “Camorra” la vediamo, infatti, provare a difendersi dalla compostezza e pazienza di Marrazzo e a difendere quel fratello di cui aveva una foto gigantesca in soggiorno. Rosetta Cutolo era nubile per scelta e viveva per suo fratello Raffaele, così come Lucia viveva per suo fratello Rocco, anche se, sembra strano a dirsi, del legame strettissimo tra i fratelli Cutolo sapevo poco o nulla. Coincidenze raggelanti eppure lo sono. Ci penso, a volte, con perenne e rinnovata sorpresa. Ma penso anche alla bravura di Joe Marrazzo, capace di infondere una tenera fiducia in tutti, dai bambini ai camorristi più spietati e senza mai porsi su un piedistallo. Tutti volevano farsi intervistare da lui, che ci ha lasciati troppo presto (nel 1985). Ma torniamo al documentario. Ecco che poi si parla del rapimento da parte delle Brigate Rosse dell’Assessore all’Urbanistica della Campania, Ciro Cirillo, avvenuto sempre nel 1981, la cui liberazione nascose il canto del cigno della NCO. In quel caso, la pessima figura la fecero proprio i rappresentanti di quello Stato che Cutolo combatteva, ma che di lui si servì ampiamente, per liberare l’Assessore. La Democrazia Cristiana, i Servizi Segreti e tutti personaggi di quello Stato crudele non crudele ma crudele per forza.

In “Camorra” vi è, all’inizio, un video che esula dai fatti narrati, anche se è così legato per la violenza che si mostra ai nostri occhi: l’omicidio del boss Bacio Terracino, avvenuto nel 2009 davanti alle telecamere di sorveglianza di una strada della Sanità (il quartiere in cui Rocco Speranza vive fino agli anni della giovinezza). Il video è così e forse qualcuno lo ricorda bene: l’uomo fuma una sigaretta, di fronte a un bar; arriva un giovane con un berretto da baseball, entra nel bar, poi esce e gli spara alla testa, mentre la gente intorno fa finta di non vedere o scappa. Nessuno soccorre il boss, che muore pochi istanti dopo. Un episodio cruento, di omertà e paura. “Ma quello era un delinquente e come tale doveva morire”, penserebbe qualcuno, in maniera sbrigativa e semplicisticamente democristiana, come accadeva ai tempi di Cutolo, quando si diceva: “Tanto si ammazzano tra loro”. No, a terra c’era un uomo e ogni uomo che muore ucciso è una sconfitta per tutti. La dignità non deve mai mancare, altrimenti passiamo dalla parte del torto. Sempre.

Perché ho scritto questa nota? Perché “Camorra” va visto, nella sua delicatezza e onestà, per non dimenticare la Napoli che è stata, per non far tornare quella Napoli e, soprattutto, per aiutarvi a immergervi meglio nel periodo in cui si svolge “La luce dentro”. Questo libro è stato scritto con il cuore, prima ancora che con un pc portatile.

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