Perché leggo più saggistica che narrativa (ma poi scrivo romanzi e non saggi)

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Mi piace scrivere e, chi da un po’ sta seguendo questo blog, dovrebbe averlo capito. Non mi piace scrivere in modo difficile né in maniera artificiosa, perché con i cosiddetti “esercizi di stile” non si arriva da nessuna parte e, soprattutto, non si arriva alle persone. Scopo della scrittura è proprio quello di giungere fino alla gente, per sezionare la loro anima, per poi penetrarla. Sto usando termini un po’ forti, come “sezionare”, “penetrare”. In effetti, non sto parlando né di autopsie né descrivendo un film porno, ma la scrittura ha una potenza degna di terminologie che mostrano una certa potenza.

Dopo questo incipit, alias “pippone”, entro nell’argomento trattato nel titolo di questo articolo. Perché leggo meno romanzi di quanto potrei e più saggistica possibile? La risposta é: non lo so. Davvero, non lo so…oppure lo so, però non voglio ammetterlo: i romanzi difficilmente riescono a catturarmi e, soprattutto, non riescono a rimanermi dentro, è come se io ne fossi impermeabile. Certamente, ne ho amati diversi, come, ad esempio, L’amante di Lady Chatterly di D.H. Lawrence o Il delta di Venere di Anais Nin, Il piccolo principe Di Henry de Saint Exupery, Io non ho paura di Niccolò Ammaniti o alcuni meno noti, come 78/08 del compianto e conoscente Tommaso Labranca oppure “Infernapoli” di Beppe Lanzetta(amo anche i suoi racconti).

Però la saggistica, la saggistica…non posso proprio farne a meno. Avrò letto centinaia di saggi in tanti anni, da non ricordarne nemmeno il titolo, però sono riguardano mafia, terrorismo, anni di piombo, camorra, ‘ndrangheta, cronaca nera, politica e sociologia. Leggere un saggio prima di dormire è come se mia mamma mi raccontasse una storia: dopo la lettura mi addormento come una bambina piccola. Leggendo un romanzo, prima di addormentarmi, provo sempre un quasi impercettibile moto di fastidio, che non riesco a spiegarmi. Non entro in empatia con i romanzi e, forse per questo, che scrivo romanzi e non saggi. Forse è un’esigenza di compensazione.

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