Il Natale ieri e oggi (per me)

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A quanti potrebbe interessare che cosa io pensi del Natale?

La risposta è: a tutti coloro che sono arrivati su questo blog

Che cosa penso del Natale?

Andiamo con ordine. Io esisto dall’aprile del 1980 e, quindi, ho un po’ di feste natalizie sul groppone. Proprio perché gli anni che mi sono lasciata alle spalle non sono tantissimi, ma abbastanza per raccontare qualcosa, eccomi a disquisire sul Natale e sulle festività invernali per eccellenza.

Premetto che, da sempre, io non sono credente, ergo non vedo il Natale come una festa religiosa, pur riconoscendone una valenza importante, poiché ritengo Gesù Cristo una figura chiave per l’umanità, specie per i suoi messaggi di pace, amore, fratellanza e per una certa innovazione filosofica bellissima nonché rivoluzionaria. Sono atea, quindi, e ho definitivamente chiuso con ogni aspetto che riguardi la religione cattolica da quando avevo 14 anni (perché prima ho frequentato il catechismo per la comunione e per la cresima, che poi non ho fatto. Mi piaceva star in compagnia, non ho mai frequentato il catechismo per uno spirito religioso, essendo già nata atea; ebbene sì).

Allora vedo il Natale come una festa consumistica? No, pur non avendo mai abbracciato a spada tratta l’anti-consumismo. Perché dovrei essere ipocrita? Fare e, soprattutto, ricevere regali, mi piace, così come per me è bello mangiare cose buone durante le feste, bere, festeggiare, uscire, divertirmi. Sono sempre favorevole al godermi la vita, fin quando possibile. Non ho una visione spartana dell’esistenza.

Allora, come vedo il Natale?  (sì, Francé, ma datti una mossa!)

Posso dividere il mio “vedere il Natale” in base alle fasi della mia vita:

  1. Infanzia: un momento gioioso, da passare con familiari e parenti, aspettando Babbo Natale (e la Befana) divertendomi in maniera spensierata. Dal Natale 1986 ero ancora più contenta delle feste, senza andare a scuola.
  2. Adolescenza: non credendo più a Babbo Natale da tempo (smisi di crederci a 8 anni, ma per un motivo non piacevole, di cui preferisco non parlare), concentravo tutto sulla felicità di non dover andare a scuola, ma ero carica di ansia, perché sapevo che le feste non sarebbero durate a lungo. Ero già molto nostalgica della mia infanzia, perché si era persa molta della magia natalizia. Nel 1996 venne a mancare mio nonno materno e le cose non furono più le stesse per le festività fatte con i parenti.
  3. Dai 20 ai 25 anni: avere il patema continuo degli esami universitari rese le festività natalizie poco interessanti, anche perché festeggiavo in famiglia in un contesto ambientale che non aveva più nulla da dirmi. Spesso mi annoiavo.
  4. Dai 26 ai 32: festività un po’ a Roma e un po’ dai miei, ma soprattutto dai miei e, se il Natale significava relax, non lo era il Capodanno, con l’ansia di dover per forza organizzare qualcosa, spesso con gente che non mi entusiasmava.
  5. Dai 33 in poi: ecco la mia attuale percezione del Natale, da quando vivo in una casa tutta mia a Roma

E cioè:

La mia percezione del Natale ormai è sinonimo di ricerca della tranquillità, di momenti che spezzano la routine, stando con i miei familiari nella città in cui vivo da molti anni (Roma), godendomi piccoli attimi, senza patemi, né ansie né desiderio di voler strafare. Non sono il tipo del “chi si accontenta, gode”, ma godo sapendomi accontentare di ciò che ho. Una festività fatta coi propri cari e in salute è ciò che di meglio posso volere, perché, già così, è bellissimo. Pensare al presente, a star bene nel corpo e nell’anima, sotto un tetto proprio e con del cibo gustoso, è già qualcosa di meraviglioso. Forse perché penso a chi non ha la possibilità nemmeno di avere un tetto e un pasto. Il mio pensiero va a chi non ha una casa, a chi vive in povertà, a chi ha un familiare lontano o detenuto in carcere, a chi fugge da una guerra, a chi ha una malattia. A Natale non sono più buona, ma essere atei non significa essere insensibili.

Che cosa farò a Capodanno? Non lo so ancora…e non me ne può fregare di meno!

 

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