Perché la morte di Mark Hollis per me è stata diversa rispetto a quella di Luke Perry e Keith Flint

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Detto così, come nel titolo, sembra che la morte di Mark Hollis sia stata più importante di quella di Keith Flint e Luke Perry. Tutti e tre sono morti nel giro di pochi giorni, Flint e Perry addirittura lo stesso giorno. Ci hanno lasciato tutti e tre prematuramente, Keith Flint era il più giovane, Mark Hollis il più anziano. Un pezzo di anni ’80 (Hollis) e due icone dei ’90 gli altri due.

Sono dispiaciutissima per tutti e tre, ma la dipartita di Hollis ha rappresentato un pezzo importante della mia infanzia. Partiamo da cosa hanno rappresentato, per me, Keith Flint e Luke Perry. Il primo era parte di un gruppo che mi incuriosiva a metà anni ’90 e che faceva strani video, come questo qui sotto, del 1994 e che ai tempi, almeno in Italia, conoscevano in pochi. Keith Flint ai tempi ballava soltanto e così nel video appariva con fare allucinato e spaventoso. Music for Jilted Generation era davvero un disco strano… Nel 1996 il nuovo album, The Fat of the Land, fece fare il botto alla band, facendola conoscere ovunque e scalando classifiche. Keith Flint cantava finalmente i brani del disco. Pezzi con Breath e Firestarter sono vere icone della seconda metà dei ’90, ma mi lasciarono indifferente. Trovavo i Prodigy sopravvalutati, anche se Flint non passava di certo inosservato.

Passiamo a Luke Perry. Io lo ricordo in Quando si ama, soap opera che pareva infinita, ma che poi (finalmente) finì, ma il suo successo arrivò con Beverly Hills 90210, telefilm (ai tempi si chiamavano ancora così) su un gruppo di giovani che viveva una quotidianità fatta di scuola, storielle d’amore e scazzi vari, in mezzo a ville milionarie. Ho guardato qualche puntata, ma non ne ho capito mai il successo. Avevo anche le figurine. Ma perché ebbe così tanto successo? Gli anni ’80 erano finiti e si vedeva, in tutti i sensi (negativi, specialmente). Quindi una serie così ebbe vita facile, in mezzo allo squallore di quel decennio. Perry, in seguito, non bucò mai il grande schermo, ma mi è sempre sembrata una persona di cuore, autentica. E così infatti hanno confermato tutti coloro che lo conoscevano.

Veniamo a Mark Hollis. Lui era musicista e cantante dei Talk Talk, band che dal 1982 al 1988 ha avuto una grande voce in capitolo nel panorama musicale dell’epoca, anche se poi ha proseguito fino ai primi anni ’90. La voce di Mark era inconfondibile e il primo brano che conobbi, manco a dirlo, fu l’arcinota Such a shame, con relativo video in cui Hollis canta con un berretto di lana sulla testa e facendo smorfie che certamente non lo abbellivano. Avevo 4 anni e mezzo e il brano mi entrò in testa facilmente, così come altri pezzi come It’s my life o Dum Dum Girl.

A metà anni ’80, uno dei migliori periodi che abbia mai vissuto, quelle canzoni erano parte integrante di atmosfere che non so descrivere, ma talmente magiche da avermi condizionato positivamente la vita di allora e non solo. A rafforzare ciò, arrivò il brano Life’s what you make it e il disco The Colour of Spring. Era il 1986 e le radio la passavano continuamente, mentre i juke box al mare (in qualsiasi posto di mare andai) la suonavano fino alla nausea. Ai tempi ebbe un successo incredibile, affievolitosi negli anni, dato che le radio non la passano quasi più, mentre i pezzi precedenti sì, come se fossero usciti ieri. L’atmosfera di questo brano ha caratterizzato tutta la mia estate 1986 e pure quella successiva, perché in tv il video veniva trasmesso spesso, anche tempo dopo. I suoi suoni, quasi tormentati, si sono come insinuati dentro di me e non mi hanno mai più abbandonata. Il disco del 1982, The Party is Over, invece, l’ho scoperto in seguito ed è forse il migliore della loro carriera. A fine anni ’90, silenziosamente, Hollis si è allontanato dalla carriera musicale.

Spero di avervi fatto capire il perché la morte di Hollis abbia portato via un pezzo della mia esistenza.

Grazie

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