Morgan (2016), l’umana non umana (e nemmeno androide)

L’immgine è di chi ne detiene i diritti

Guardo molti film. Sia chiaro: non sto sempre a vedere film, tranne la sera, a meno che non esca, ma, di recente, mi capita di uscire di più nel weekend e non sempre di sera. Ciò non fa di me assolutamente un essere strano, mentre proprio di esseri strani parla il film della locandina di cui sopra.

Si chiama Morgan ed è del 2016, per la regia di Luke Scott (sì, è il figlio di Ridley, che in questo film è nelle vesti di produttore). Di che parla, tale pellicola? In breve, la trama: una ragazza, creata artificialmente attraverso cellule sintetiche, un giorno dà di matto e aggredisce la dottoressa che la segue, Kathy, cavandole un occhio. La donna si salva, ma occorre intervenire, perché il progetto Morgan, a quanto pare, ha una falla. Morgan non è un androide, ma un’umana artificiale, quindi più complessa. La ragazza, infatti, è dotata di intelligenza nonché forza superiori alla media, ma ha sviluppato in maniera distorta i sentimenti umani e si è ribellata. Capace, quindi, di provare pietà e dispiacere, non riesce però a frenare la collera improvvisa e diventerà pericolosa. Interviene, nel frattempo,Lee, inviata dal direttivo del progetto e responsabile della gestione del rischio e della sicurezza, per indagare su cosa sia accaduto nel laboratorio. Conoscerà Morgan e l’equipe del progetto(persino un aitante nutrizionista, che si prenderà una cotticina per lei). Tutto, poi, degenera e Lee saprà cavarsela, in maniera sorprendente. Sì, perché il finale, che non rivelo, sorprende davvero!

Insomma, un film a metà tra l’horror e la fantascienza, senza essere nessuna delle due cose. Infatti, funziona proprio per questo, per una certa delicatezza, che non scade mai nel banale, nel raccontare la storia di una ragazza già segnata da un destino che non ha scelto lei, la quale non ha nemmeno scelto di nascere. Nessuno, ovviamente, sceglie di nascere, ma lei ancora di più, con una fragilità interiore mista a impotenza, nella consapevolezza di quel suo non essere un’umana come gli altri. Il film non mira a farsi metafora dell’umanità, ma racconta una storia che può lasciare diversi punti di vista. Forse, però, fa riflettere sull’incapacità, quella di noi umani, di riuscire a capire quanto possiamo essere complessi e irripetibili. Siamo unici. Non occorre, quindi, creare delle nostre copie. Il messaggio, allora, è questo? Forse non è originalissimo, essendoci diversi film in cui essere artificiali danno i numeri, ma riesce a far paura in maniera diversa, perché la paura che viene è quella per noi stessi e per quello che siamo capaci di fare a noi stessi. Bellissimo film, guardatelo.

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