Raffaele Cutolo e il suo pallino per le poesie

L’immagine è di chi ne detiene i diritti

La notizia di questi giorni è che a Napoli è stato presentato un nuovo libro di poesie scritto da Raffaele Cutolo, il secondo, dopo che il primo, che risale al 1980 (epoca dei suoi “fasti” da boss della Nuova Camorra Organizzata, da lui fondata nel 1970), era stato bloccato dalla magistratura, perché ritenuto il manifesto dell’apologia del suo pensiero da camorrista. Raffaele Cutolo non è stato un boss qualsiasi, ma questo si sa: fiumi di inchiostro, film, speciali tv, notiziari tg (che nella mia prima infanzia ho subito: di lui si parlava un giorno sì e l’altro pure) sono stati ad egli dedicati. E forse di lui non si parla ancora abbastanza. Si sa quello che ha fatto e non occorre ripeterlo, si sa il modo che aveva nell’attrarre migliaia di giovani e renderli suoi “adepti” e si sa perfino quale personaggio diabolico e pericoloso sia riuscito a costruirsi. Di recente è anche uscito un documentario, che contiene anche spezzoni di repertorio che lo riguardano.

Si sa anche che una grande passione di Raffaele Cutolo è sempre stata quella di scrivere, soprattutto poesie. Certo, anche un altro boss, Luigi Giuliano, scrive (canzoni, però), ma il suo percorso ha incrociato il “pentimento”, diventando collaboratore di giustizia, che equivale a trattamenti meno pesanti rispetto a quelli che il boss di Ottaviano ha ricevuto fino a ora. Infatti, sin dal 1982, vive totalmente isolato, in carcere, senza aver mostrato mai intenzione di collaborare con la giustizia. E in quel totale isolamento, quasi kafkiano, non ha mai smesso di scrivere e, probabilmente, di rendersi conto di ciò che è stato, di quale male abbia compiuto all’interno della società italiana, di quanti morti abbia sulla coscienza, tanti innocenti ma, soprattutto, tanti giovani uomini che in lui vedevano una divinità e che ha mandato a morire per lui, per il suo sangue (lo so, mi viene sempre in mente quel tizio emblematico che voleva la trasfusione con il suo sangue; ne parlo sempre in quell’articolo che ho già linkato). Di tempo per pensare a quello che ha fatto ne avrà avuto tantissimo e uno come lui sono convinta che ne sia consapevole. Forse la scelta di scontare tutta la pena non gli deriva solo da un motivo di orgoglio. Al suo posto, avrei fatto anche io la stessa cosa. Uno sconto di pena non varrebbe mai il male fatto a tanta gente.

Allora, mi domando una cosa: se tanta gente che scrive non trova una casa editrice per pubblicare il proprio libro, perché Raffaele Cutolo deve aver avuto questa possibilità? Forse il suo è un modo per chiederci scusa, anche se ciò che ha fatto non si può perdonare. Però ogni volta che penso al boss di Ottaviano, mi viene sempre in mente che al mondo esistono grosse ingiustizie e una di queste è il nascere in contesti sbagliati, che poi caratterizzano la vita in maniera irreversibile. Se Cutolo fosse nato in un’epoca e in un contesto diverso(e non fatto di vessazioni, violenza, codici errati e traumi), nella società italiana avrebbe avuto un peso totalmente diverso, perché avrebbe sicuramente fatto strada in campi onesti e non nel crimine, riuscendo magari a farsi notare in mezzo a tanta gente che, magari incapace, va avanti perché ha i famosi santi in Paradiso.

No, non credo che un libro di poesie di Raffaele Cutolo possa meritare più di una raccolta di Alda Merini o Pablo Neruda(tanto per far degli esempi), ma, forse, chi lo ha scritto ha ancora da dirci qualcosa

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