L’automobile è (ancora?) il vero simbolo dell’emancipazione. Ecco perché

L’automobile è ancora oggi il simbolo dell’emancipazione totale. Questa affermazione riguarda soprattutto il Paese in cui vivo, l’Italia. Possedere un’automobile, fin dal Boom Economico, era sinonimo di benessere, libertà e emancipazione non solo fisica, ma mentale. Con l’automobile potevi e puoi ancora andare ovunque! Durante proprio quel Boom Economico, che nel nostro Paese è coinciso con la fine degli anni ’50 del Novecento e l’inizio dei ’60, c’è stato, quindi, anche il boom di automobili. La 500 e la 600 della Fiat erano un po’ i simboli del conquistato benessere, dopo i tormentati anni del Dopoguerra. Ciò a cui non si pensava era che le automobili ai tempi inquinavano tantissimo, oltre a consumare eccessivamente petrolio, risorsa che, come ben sappiamo (o forse no?) è destinata ad esaurirsi.

Con questa premessa così vintage, mentre magari nelle orecchie possono risuonare le canzoni di Edoardo Vianello e di Rita Pavone, arrivo dove vorrei arrivare. Sono passati decenni e, colpa anche dei gas di scarico delle automobili, la qualità dell’aria è peggiorata, favorendo in parte quei cambiamenti climatici di cui tanto ci si preoccupa e per cui le generazione più giovani (l’arcinota Greta Thunberg ne è un esempio) vorrebbero far qualcosa o, per lo meno, sensibilizzarsi al problema. Oggi si è, quindi, parecchio preoccupati per l’inquinamento e la spregiudicatezza dei consumi da Boom Economico è un lontano ricordo (pensiamo alla raccolta differenziata, alla limitazione della plastica, alle coltivazione biologiche…dai, passi in avanti per la sostenibilità ambientale se ne sono fatti!), ma vi sono delle eccezioni. Una di queste è il dover possedere l’automobile.

Su questo piano, almeno in Italia, siamo fermi proprio al Boom Economico e all’eco delle canzoni di Vianello e della Pavone. Tuttora, infatti, se non si possiede un’automobile, si è visti con un discreto sospetto nonché inutilità, fisica e sociale. Ok, mi spiego meglio. Se oggi non hai una macchina (moto e scooter sono un discorso a parte), sei fregato, totalmente. Come tanti anni fa. Infatti, non essere auto-munito, specie in una grande città, tipo Roma, che posso citare perché ci vivo, è la fine o, per lo meno, si è a poco a poco indotti a pensarlo, dato che non lo è. Perciò, non avere una propria auto significa:

  1. aver meno possibilità di trovare lavoro, in quanto il 90% degli annunci vogliono persone che non prendono i mezzi pubblici
  2. gli spostamenti sono più lenti, anche se, il tempo che si recupera tramite l’automobile, lo si perde a cercare parcheggio, ma a questo pare non pensarci nessuno
  3. la vita sociale si dimezza perché la sera non si può far tardi, dato che i trasporti notturni sono rari e la sicurezza al loro interno è scarsa. Inoltre, la metropolitana di notte è chiusa. Ergo, a volte, se si esce la sera, si torna a casa prima di un tredicenne
  4. si dimezzano anche le persone che vogliono uscire con te, perché: a) devono riaccompagnarti a casa e la benzina costa b) se non sono, come te, auto-munite, sceglieranno amicizie che hanno la macchina
  5. se vuoi far una gita fuori-porta, ti attacchi, perché i collegamenti coi paesetti sono pessimi. Arrivare a Sabaudia coi mezzi? Ehm…
  6. se vuoi noleggiare un’auto costa un botto, mentre il car sharing non copre tutta la città.

Che sfiga non avere un’automobile, vero? Tutto questo, in barba all’incentivazione a prendere i mezzi pubblici, sempre più attuata nel mondo(grazie agli investimenti), tranne che da noi e i Paesi in via di sviluppo(quindi siamo sullo stesso livello?), all’inquinamento, all’alta velocità, agli aerei con costi dimezzati, ai monopattini elettrici, alle piste ciclabili (utilizzate spesso per far jogging), ecc. Ebbene, sì, siamo fermi a quel boom economico, solo che il boom di oggi è il suono del paradosso in cui questo Paese ormai si è impantanato da tempo.

Io non ho l’automobile, non solo perché non posso permettermela, ma anche perché vorrei pensarla davvero in maniera differente dal sentire comune. Non cambierò questo Paese, ma nessuno mi obbliga ad adeguarmi ai suoi paradossi.

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