F is for Family: inquietudine o bellezza della normalità(non solo negli anni ’70)?

l’immagine è di chi ne detiene i diritti

Netflix, da tempo, ci sta abituando a serie animate per adulti che sono molto meglio di quelle con gli attori e ciò è un dato di fatto. Un esempio è Bojack Horseman, di cui in rete in tanti hanno parlato, ma che, forse meriterebbe ancora delle analisi, per la sua complessità e delicatezza velata nell’affrontare certe tematiche (in primis, quella della depressione). Se della succitata serie si apprezzano spesso le situazioni surreali e la sagace commistione tra umani e animali, F is for Family ha la sua forza nel suo essere “normale”. Che cosa si intende per “normale”? La risposta è semplice: questa serie animata parla di una famiglia, per la precisione una famiglia tipicamente americana di provincia, anche se la storia è ambientata nella prima metà degli anni ’70 .

Protagonista assoluto è Frank Murphy, di origine irlandese, sulla quarantina, responsabile dei bagagli in aeroporto, anche se il sogno della sua vita, dopo aver combattuto in Corea, era quello di diventare un pilota d’aereo. Gli aerei sono la sua vita, ma può vederli solo decollare, perché ha rimandato(forse definitivamente) i suoi sogni per aver ingravidato, in gioventù, e poi sposato Sue, studentessa del college finita poi a far la casalinga e la mamma di ben tre creature. Sue tira su qualche soldino facendo la rappresentante di prodotti di plastica, anche se poi ama inventare nuovi aggeggi da cucina, con alterne fortune. Poi ci sono i figli: Kevin, il maggiore, tipico adolescente ribelle di allora, che sogna di diventare una rockstar progressive; Bill, pre-adolescente pieno di dubbi e Maureen, la più sveglia di tutti, perché a nove anni è già un genietto dei computer. Poi c’è Major, il cane di famiglia, che ha il vizio di “accoppiarsi” con le gambe delle persone ed è pigro e grasso. Non mancano dei vicini un po’ bizzarri, uno su tutti: Vic, playboy hippie pieno di soldi e cocainomane; ma non mancano anche personaggi secondari interessanti, come i colleghi di Frank (o di Sue), gli amici/nemici dei figli (in particolare Philip, effeminato amico di Bill e dalle turbe psichiche di derivazione familiare cattolica).

Cosa ci sarebbe di stimolante nel guardare la storia di una famiglia americana degli anni ’70?

  • Innanzi tutto, la collocazione storica e relativa nonché bellissima colonna sonora. I primi anni ’70 si avvertono tutti
  • la sigla, da gustare fino alla fine
  • le puntate, tutte con un filo conduttore e mai complicate da seguire
  • la forte caratterizzazione dei personaggi
  • la trivialità, che però non è mai imbarazzante. Abbondano parolacce e scene di sesso
  • i personaggi secondari, imprescindibili
  • le tematiche realistiche, che rendono più umani che mai i personaggi

Ciò che emerge, però, senza far spoiler, è una certa amarezza per la vita di questa famiglia, dove sogni e rinunce si mischiano tra loro in maniera bipolare, rendendo credibili i personaggi, in particolare proprio Frank, un uomo non (più) bello, ma adorabile comunque, forse per la sua nascosta sensibilità, mascherata da un sessismo di facciata(in realtà lui ama sua moglie e non sa davvero decidere nulla senza temerla). Frank è un uomo americano, ma, prima di tutto, è un uomo come tanti, anche se disegnato, nel quale poter riconoscere un padre, uno zio, un fratello, un fidanzato, un marito o un ex. Frank è vero perché non è perfetto, così come non lo sono i suoi familiari. Se in tutte le puntate domina un senso di sconfitta e di far passare la voglia di farsi famiglia, allo stesso tempo viene fuori il pensiero che la famiglia è un rifugio sicuro, dove davvero nessuno ti farebbe mai del male.

E la bellezza di questa serie sta tutta nella sua umanità, seppur inquietante, per certi versi.

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