Racconto – “2 agosto 1980: la mia prima vacanza da solo”

Questo racconto è un regalo per voi che leggete. Lo avevo scritto nel 2012 e fatto uscire su un sito di racconti. Poi l’ho cancellato e ho preferito inserirlo nel mio blog. Questo blog. Perché avevo scritto questo racconto? Perché, mentre spero che la verità venga finalmente a galla al 100% (sì, io ci spero ancora), penso spesso a questa strage, forse perché è accaduta nell’anno in cui sono nata, durante la mia prima estate, e quell’anno così drammatico per il nostro Paese me lo porto nella carta d’identità, come una sorta di macigno. I personaggi del racconto sono di fantasia.

Buona lettura

L’immagine è di chi ne detiene i diritti

Mi ha appena accompagnato mio padre, alla stazione, dicendomi di chiamare a casa non appena saremo arrivati a destinazione. Rimini, il suo mare, la sua spiaggia affollata e dal vero sapore del divertimento. Rimini, dove vado in vacanza da quando ero piccolo, un posto che conosco a memoria. Ma quest’anno ci andrò da solo, per la prima volta, con Piero, il mio migliore amico, e non sarà come andarci con i miei e quella rompiscatole della nonna Elsa. Rimini, quella bella cittadina del mio disco preferito di Fabrizio De Andrè. Il mese scorso ho compiuto diciotto anni e il mio regalo è questa vacanza, oltre al Walkman per le musicassette e con le cuffie. Lo so, alla mia età di viaggi con gli amici se ne fanno da un pezzo, ma che volete? Sarò tardivo e un po’ mammone, perché la mamma mi mancherà, anche se è meglio che Piero non lo sappia, altrimenti mi sfotterà per tutta la vacanza. Lui ha due anni più di me, la patente da un anno, ma col cavolo che suo padre ci lascia partire in auto! Viviamo a Bologna entrambi, lui ha dato il suo primo esame all’università e io…uff, ho ancora un anno di liceo classico. Che barba! Fa un caldo boia e nemmeno l’ombra della sala d’attesa mi fa star meglio. Io il caldo lo sopporto abbastanza, ma quando è umido… Dio bono! 

Mi siedo in sala d’attesa. Sono indeciso se andare di corsa in edicola a comprare il nuovo numero de L’intrepido (ma sarà uscito, poi? Siamo ad agosto…boh…che ne so, lo leggo poco!) o di Topolino (ogni tanto lo leggo…e allora? Qualcuno ha da ridire?). Ci fosse il campionato di calcio non ci penserei due volte a comprare una schedina del Totocalcio, magari faccio “tredici”, vinco un casino di soldi e divento più ricco di Paolo Rossi e Franco Causio. Piero mi ha detto che sarebbe arrivato alle dieci, invece sono le dieci e un quarto e io mi rompo le balle seduto qui, su questa panca scomoda dove mettono le chiappe migliaia di persone l’anno. Che schifo!  Ok, sono schizzinoso, lo so. Di fronte a me ci sono delle giovani donne e una bambina sui tre anni che non sta ferma un attimo e mi metto a osservarle. La bimba cattura la mia attenzione, perché è veramente graziosa, così come la sua mamma, che a momenti smadonna tutti i santi del calendario. Accanto a loro c’è una borsa, qualcuno l’avrà lasciata, nessuno viene a prendersela. Come si fa a dimenticare una borsa?  Nel frattempo cerco di vagare con la fantasia, immaginando di trovarmi già a Rimini, al mare ad abbronzarmi, mentre Piero mi incita a giocare a pallone in riva e io magari non ne ho ancora voglia. Oppure mi vedo a passeggio la sera sul lungomare, in cerca di ragazze con cui trascorrere una serata divertente in discoteca e poi… Magari le ragazze le troviamo pure, poi ci vedono ballare come i John Travolta dei poveretti e ci mandano a quel paese. Non è giusto, però, Bologna è più bella di Brooklyn! Smetto di fantasticare come uno sfigato e penso al ritardo di Piero. Ma proprio stamattina doveva andargli il parrucchiere in casa? Beh, almeno si sarà fatto tosare quei ricci allucinanti. Lo spero, altrimenti non rimorchierà mai. No, non sono invidioso perché io, invece, ho i capelli lisci a caschetto (come i tipetti dei film americani), anche se tra qualche anno -lo sento- mi cadranno tutti. Va beh, la criniera di Piero non l’avrei voluta mai, ma non voglio nemmeno rimanere pelato! 

I minuti che passano, pochi, in effetti, a me sembrano un’eternità. “Fatti trovare in stazione puntuale, così facciamo colazione alla tavola calda”, mi aveva detto lui. Ma certo! Guardo il mio borsone e mi viene l’ansia: avrò preso tutto?  Lo apro un attimo, per controllare se ho messo le ciabatte da mare. Eccole! Mi sento chiamare, è Piero che si precipita coi suoi riccioli più corti e un borsone che sembra pesantissimo, come quello di uno sfollato. Io, incazzato nero, gli dico: “Ohi, ma ti sembra il momento di arrivare? Sono le dieci e venticinque e…”

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