Perché “Io non guardo Sanremo” è più conformista che mai, oggi

Io non guardo Sanremo” è una delle frasi più sentite e lette ormai da tempo; anzi, da decenni.

Erano i primi anni ’70 quando il Festival nazionale per eccellenza iniziava a perdere colpi, perché i gusti delle persone erano cambiati e vi erano artisti che avevano successo al di fuori del Festival di Sanremo. Basti pensare ai vari Claudio Baglioni, Lucio Battisti e la migliore Mina; solo per fare alcuni nomi e senza dover per forza nominare cantanti e band alternative. E poi… bisognava contestare, perché erano anni in cui si contestava tutto, per svecchiare (giustamente, sia chiaro) un Paese democristiano perfino nell’aria che si respirava, salvo poi diventare i contestatori stessi -una volta finita la contestazione- comoda parte di un sistema che si è consolidato democristiano e senza schiodarsi da quella comodità, ma gettando fango sulle generazioni successive, come avevano fatto i loro padri. Ma questa è un’altra storia.

Quell'”Io non guardo Sanremo”, dunque, ai tempi sapeva di vera e dura contestazione, spingendo il Festival a passare in sordina e tornare piano piano in auge alla fine del decennio, con l’inizio dei cosiddetti “Anni del Riflusso” (sì, esofageo… mah), che, però il riflusso lo ebbero direttamente dentro il piombo, data la violenza inaudita che si è vissuta.

Ma mi sto divagando ancora.

Se poi nei decenni 80 e 90 quel “Io non guardo Sanremo” risuonava come un “chissenefrega”, perché tanto il Festival si teneva lo stesso, quell’affermazione, poi è proseguita fino ad arrivare ai tempi di oggi, all’ormai (da vent’anni) nuovo millennio, che vede ancora resistere il Festival di Sanremo, sempre in nome di quel callo osseo democristiano ormai inestirpabile.

Non guardare Sanremo, ormai, non serve per contestare, perché, appunto, il Festival va avanti ed è un porto sicuro per le casse della Rai e per tutto ciò che vi è intorno(è così), oltre a rappresentare una sicurezza non solo per le fasce d’età “vintage” che lo guardano, ma anche per quelle più giovani, che lo utilizzano come trampolino di lancio e non solo per la musica.

Ormai per il Festival passano, oltre a vecchie glorie, anche nuovi cantanti, tra rapper, trapper, indie e persino chi veniva da un passato musicale piuttosto grintoso (si veda la foto dell’articolo). Chi lo guarda, oggi, lo fa spesso per curiosità e questo atteggiamento risulta, paradossalmente, anti-conformista e soprattutto indice del desiderio di voler capire il Paese, dato che il Festival ne vuole essere, ancora e a tutti i costi, il baluardo.

Dire “Io non guardo Sanremo” è quanto di più conformista possa esserci, oggi, in nome di una ribellione che non punta a nulla, se non a mera spocchia fine a se stessa.

Sia chiaro, ognuno fa come gli pare, può guardare o meno il Festival di Sanremo, ma atteggiarsi a “controcorrente”, oggi, è più democristiano dell’azione democristiana del guardare la tv, così come boicottare un programma perché qualcuno canta testi discutibili ha poco senso. Del resto, negli anni ’50 non si diceva che il rock ‘n’ roll era la musica del demonio? E i Led Zeppelin suonati al contrario? E Madonna col reggiseno metallico a punta? E Marylin Manson? Il moralismo è dietro l’angolo, infatti, e il moralismo va a braccetto con l’essere democristiani.

Dire “Io non guardo Sanremo” è moralista.

E democristiano.

Tutto qui.

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