“Songs from the Big Chair”: 35 anni e sentirli tutti(dentro se stessi)

L’immagine è di chi ne detiene i diritti

35 anni e sentirli tutti(dentro se stessi). Sì, perché nel 2020 Songs from the Big Chair dei Tears for Fears compie 35 anni ed è un disco che è rimasto nell’animo di tanti di noi. Secondo disco del duo britannico, dopo il bello e sperimentale(nonché molto new wave) The Hurting (1983), Songs from the big chair ha venature più pop e il suo anno di uscita, 1985, probabilmente nell’immaginario comune di chi ai tempi c’era e se lo ricorda è ben rappresentato proprio da tale album.

Non ho interesse a fare una recensione di questo disco, ma a parlarne col filtro o, meglio, gli occhi e l’anima di chi lo ha ascoltato ai tempi(fino a oggi e mai smesso): una bambina di che nel 1985 aveva 5 anni. Quella bambina sono io che, proprio in quell’anno, ho vissuto uno dei periodi più belli della mia vita, soprattutto in estate, un’estate lunga, perché non andavo ancora a scuola e non sarei tornata alla scuola materna che dovevo finire a settembre: a ottobre mi sono trasferita per un po’ di mesi altrove, a Senigallia(AN), andandoci dopo, all’asilo. Un’estate lunga, quindi, così come la versione di Shout che il dj mise durante la mia prima volta che sono andata a ballare in discoteca(sì, la mia volta sulla pista da ballo è stata precoce), vicino Avetrana(ero in vacanza a Torre Lapillo, in Salento, dalle parti di mio padre).

Ricordo ancora come se fosse stata ieri, quella serata, a ballare con i miei, i miei zii e mia cugina mia coetanea. “Shout…Shout…” un ritornello che veniva ripetuto all’infinito, in quella versione 12” e noi al centro della pista a ridere, dicendo: “Oh, ma non finisce più, ‘sta canzone?”. Stessa cosa quando fu messa Don’t you forget about me dei Simple Minds, ma questa è altra storia. Già mi piaceva, Shout, il brano e il video di questi due giovanotti con le faccette acqua e sapone che cantavano trasmettendo a tutti noi la loro energia. Ci credevano e avevano fatto bene. E ci avevano anche visto bene.

I restanti brani del disco non sono da meno.

Poi c’erano Everybody wants to rule the world, elegante e con una melodia quasi esasperata, così come Head over heels, che già suonava nostalgica ai tempi. Quel “na na na na na naaa, na na na na naaa” alla fine del brano sembrava come dire: “Non dimenticarti di questa canzone e di questo magnifico anno”.

No, non me ne sono dimenticata, solo che, ok, ora mi è salita la nostalgia e sono felice di esserci già stata, ai tempi. L’infanzia e le sue atmosfere caratterizzano la vita di una persona e se qualcosa di bello me lo porto nel cuore e nei miei ricordi è merito anche di questo disco.

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