Racconto – “A un metro di distanza”

Avevi aperto la finestra e ti eri acceso una sigaretta, perché intendevi fumarla in modo che il fumo non mi sfiorasse minimamente; non sia mai il suo odore fastidioso fosse arrivato a me, che l’ho sempre odiato. Ci tenevi, però, a “gustartela”, quella sigaretta, fino a quasi fumarti il filtro.

«Sei a un metro di distanza da me…brava!», mi dicevi, scherzando.

«No, dev’essere stato un caso, a me non importa niente della distanza: si può essere contagiati lo stesso», ti avevo risposto.

Un brivido mi attraversò la schiena e mi aggrappai alle mie braccia conserte. Sentivo freddo e, in effetti, quel giorno le temperature erano poco clementi, per essere un marzo romano. Il mio pc aveva attivato lo screensaver, con la scritta “carpe diem”.  

L’Italia, quel giorno, così come in quelli precedenti, si era quasi fermata: scuole e università chiuse, eventi rimandati e per strada non c’era anima viva, tranne le automobili. Già, il traffico…quello non mancava mai. Anche tanti uffici erano chiusi, ma il nostro no, il capo lo aveva tenuto rigorosamente aperto. “Tanto, con voi sfigati chi verrebbe a contatto? La sfiga è contagiosa?”, ci aveva detto più volte sorridendo, convinto che la sua ironia da quattro soldi ci facesse piacere. Ce la buttava in faccia con disprezzo, specie da quando aveva attribuito a noi la colpa del calo consistente della nostra clientela. “Non siete commercialisti, ma commercialai. Si dice commercialai? Se si dice giornalisti e giornalai, si dirà anche commercialai. Ah, no? Va beh, l’ho inventato io appositamente per voi”. Da quando il virus aveva contagiato parte della popolazione di Roma, lui ci chiamava “commercialai”.

«Io non volevo fare il commercialista», mi avevi confessato, dopo aver spento la sigaretta e lanciato il mozzicone dalla finestra. Ti eri sistemato di lato il tuo ciuffo biondo scuro, ti eri pulito gli occhiali e mi avevi sorriso, quasi per sdrammatizzare la tua, invece, drammatica affermazione.

«Che cosa avresti voluto fare, nella vita?», ti domandai, rendendomi conto, subito dopo, di essere stata inopportuna. Del resto, lo conoscevo così poco ed ero convinta di aver sconfinato in una confidenza probabilmente non richiesta.

«Avrei fatto te, cioè…avrei voluto essere te».

Non avevo capito la tua risposta, ma non volevo insistere. Essere me? Ma se sono commercialista anche io…

«Se sono diminuiti i clienti è colpa mia, non tua», avevi precisato.

«No, è stato il virus…non dare retta al porco. Tanto lui parla così solo perché è il capo. Però rimane sempre un porco sfruttatore».

Mancava poco all’orario di chiusura dell’ufficio e spensi il mio pc, prima di conservare il faldone che, dalla mattina, era sulla mia scrivania. Non lo avevo aperto, perché non mi era servito.

«Senti, io vado», mi avevi detto.

Ti salutai con un cenno del capo e un mezzo sorriso, mentre riponevo il mio smartphone nella borsa. Eri appena andato via e già mi mancavi, come, del resto, accadeva ogni giorno, da quando ti avevano assunto. Poi sei tornato indietro: avevi dimenticato il caricabatteria del tuo telefono e non mi ero accorta che fosse sulla tua scrivania. Avrei goduto ancora un po’ della tua presenza.

«La testa non l’ho ancora dimenticata, ma a tutto c’è una prima volta!», mi avevi detto, con il tuo solito sorriso che sapeva vagamente di affetto.

«Meno male che te ne sei accorto: domani è sabato! Due giorni senza caricabatteria sono tosti», ti dissi ridendo.

Ci guardammo per un attimo, senza proferire parola.

«Prima o poi finirà tutto questo…e il metro di distanza», dissi poi.

«Già… e sarà solo un brutto ricordo, anzi, bruttissimo», hai commentato tu, mettendoti frettolosamente il caricabatteria in tasca.

«Per me anche dieci centimetri da te sono una condanna», dissi, ma tu eri già andato via.

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