La musica, il cinema, la radio: una vita per le arti per Simone Spitoni

Io lo avevo chiarito fin dall’inizio e con la didascalia apposita, per quanto riguarda questa rubrica: “Interviste a cantautori, band, scrittori, blogger e a tutti coloro che dedicato una parte della loro vita all’arte. E con passione.” . Ecco… e l’intervista di questa volta rispecchia pienamente la didascalia.

Questa volta ho intervista Simone Spitoni, musicista, speaker radiofonico e collezionista di cinema a musica.

Romano, appassionato di cinema di genere, di cui sei anche scrupoloso collezionista, si può dire lo stesso per quanto riguarda la musica, in quanto possiedi diversi vinili, di vario genere musicale. Inoltre, ami suonare il basso, oltre a realizzare, ovviamente, dischi. Questa premessa era d’obbligo, perché già fa intuire il tuo essere una persona appassionata. Ma partiamo prima con il chi sei. Dicci di te.

Più o meno quello che hai descritto tu così bene! Aggiungerei anche DJ e conduttore radiofonico dal 2017, attività che mi prendono molto tempo e impegno e che svolgo sempre con piacere e passione, più i vari lavori che faccio quotidianamente. E’ molto difficile descriversi, e oltretutto è difficilissimo farlo durante un’intervista! Diciamo che cerco sempre di muovermi oltre, spesso riscoprendo il passato – anche se sembra un controsenso- nel cinema, nella musica, nell’arte ma non solo. Penso ci sia moltissimo da imparare da ciò che ci siamo lasciati alle spalle (anche se spesso continua a fare parte della nostra storia).

Via Kosmische è l’etichetta polacca con cui hai pubblicato i tuoi lavori. Come ti sei trovato? La scena dell’Europa dell’Est offre spunti interessanti fin dai tempi della Cortina di Ferro. Confermi?

E’ Via Kosmische che ha trovato me: avevo messo una traccia kosmische musik di 20 minuti su Soundcloud nel 2018 e ho conosciuto Adam Majdecki-Janicki (musicista e poeta mio coetaneo attivo nell’underground polacco, nel quale è considerato uno degli artisti più promettenti), che l’ha apprezzata e col passare dei mesi è venuta l’offerta di ampliarla e di metterla in un album, Tolles Zeug. Visto l’apprezzamento per altri miei lavori è poi venuta fuori la possibilità di farne un secondo. L’etichetta mi piace perché, seppur molto piccola, raccoglie tantissimi artisti (tra i quali lo stesso Adam) di nuova musica elettronica (anche se dalle tendenze retrò) da tutto il mondo, anche grossi nomi come Peter Frohmader, proveniente della terza generazione del krautrock.

Essere tra di loro mi rende molto onorato, non è una cosa da poco. Per quanto riguarda la scena musicale dell’ex Cortina di Ferro non ne so molto; so bene però che al di là del Muro c’erano validissimi gruppi acid-rock negli anni ’70. Personalmente mi interessa di più l’elettronica sovietica (anche se, in fondo in fondo, era una copia dei Kraftwerk) o certo jazz rumeno, estremamente valido e bello come quello dei paesi ”capitalisti”.

Ascoltando i tuoi dischi, li ho trovati diversissimi tra loro, eppure legati da un filo comune, quello della sperimentazione elettronica votata a creare delle suggestioni diverse. Credi che io abbia colto questo filo conduttore?

Penso proprio di sì: cerco di creare degli stati d’animo percepibili, usando sonorità elettroniche. Poi in futuro mi piacerebbe fare delle ”canzoni” in forma più tradizionale, ma non è facile, magari con un gruppo mio. ”L’è tutto da rifare” diceva Bartali. Vedremo.

Tolles Zeug by Kopko, etichetta Via Kosmische

Tolles zeug by Kopko, a primo ascolto, potrebbe far pensare alla scena elettronica tedesca anni ’70, quella unica stile Tangerine Dream. In realtà, con un ascolto approfondito, ci si rende conto che si va davvero ben oltre. Infatti, è un disco che si presta a far da scenario a diverse suggestioni: l’ho immaginato adatto a una mostra di videoarte, a un’installazione particolare, che crea esperienze percorsi sensoriali quasi onirici. Al contempo, può farmi pensare l’esatto contrario e farmi figurare atmosfere angosciose in bianco e nero, in uno scenario quasi dark tra fine anni ’70 e inizio ’80. Magari a te evocano altro. Ecco, puoi confermare ciò che ho appena detto oppure credi che questo disco faccia riferimento, a intenti univoci e a un’unica atmosfera/ispirazione? Quale di questi brani credi possa rappresentare il tuo disco?

Il discorso è complesso: sono felice del paragone con i Tangerine Dream, e confesso che non è la prima volta che lo sento. Magari fosse così buono come i loro album (ride, n.d.a). Se ci rifletto bene, però, potrebbe far pensare come atmosfere più ai Cluster, soprattutto ai loro primi dischi, Cluster ’71 e Cluster II: ecco, ho cercato di farlo più musicalmente vario rispetto ai loro perché un drone unico di 30/40 minuti alla lunga può comprensibilmente stufare chi ascolta. Per quanto riguarda il tema della videoarte, sarebbe un’ottima idea e confesso di essere stato ispirato anche dalle ”pitture sonore” di molti musei d’arte moderna (che amo molto), ad esempio il MAXXI qui a Roma.

Ascoltato la prima volta, l’album può essere scuro e angoscioso, certamente, ma credo che poi possa mutare. Lo posso paragonare alla meditazione trascendentale, che ho praticato per un po’ di tempo e vorrei riprendere. Quando sei dentro te stesso all’inizio ti senti a disagio, come nello spazio più oscuro, ma poi a poco a poco riesci a vedere la luce. Nel comporlo e nell’ascoltarlo ho provato le stesse situazioni, e penso che anche l’album vada riascoltato, magari le sensazioni del secondo ascolto saranno diverse. Io a furia di doverlo ascoltare per ragioni tecniche sono riuscito a trovarvi un po’ di luce. Comunque, se ho fatto qualcosa che ricorda la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 per me è già un successo, visto il mio grande amore per quel periodo.

Artificial Reality, etichetta Via Kosmische

Artificial Reality, sempre per l’etichetta Via Kosmische, invece, è elettronica che crea suggestioni adrenaliniche e si percepisce una certa commistione tra la musica etnica africana e l’elettronica trip hop e drum ‘n’ bassa tanto cara agli anni ’90, anche se non mancano rimandi alla new wave(Mizu ha un campionamento dai grandissimi Japan), una tua grande passione, insieme alla black music. Tuttavia, è un disco che sa guardare avanti e non si lascia troppo prendere dalle influenze musicali succitate. Credi che questo disco possa essere la tua linea guida per lavori musicali futuri?

Ti ringrazio molto per la bella descrizione. E’ un disco che nasce dal mio amore per la house primigena, quella più povera e minimale e per l’atmosfera di ”pace e amore” che c’era tra il 1987 e il 1989. Possibilmente vera e non dovuta a droghe sintetiche che mi fanno orrore e che hanno fatto più danni che altro.Mi interessava il ritmo primordiale di quella house, quasi a-melodico e senza tanti fronzoli, assai simile alla musica africana che amo molto, uscita tra gli anni Settanta e Ottanta.

Tutto l’album è influenzato anche dalla musica che si metteva negli anni Ottanta in molti club del nord Italia, la musica cosiddetta ”afro” o ”Cosmic” che rappresenta un po’ anche i miei DJ set e il suono che cerco sempre di portare avanti: un misto di funk, elettronica, reggae, new wave, Brasile, Africa e mondo latino ispanofono: in questo album ci sono, come hai giustamente notato tu, aggiornamenti agli anni ’90, però come trip hop e drum ‘n’ bass (generi che amo molto, c’è qualche scoria di Tricky e Goldie, forse). I Japan che ho campionato sono tra i miei riferimenti e ispirazioni (non solo in quel brano): alla fine anche loro mischiavano suggestioni orientali, disco, elettronica, funk e new wave. E come sappiamo hanno dato alla luce tanti figli: Duran Duran in primis, ma so per certo che anche Prince ne era un grande estimatore.

Non sarebbe male per i prossimi lavori spostarsi sulla french house, quella basata su campionamenti funk, ma non so se da solo ce la posso fare. Il periodo che stiamo vivendo è molto complesso e anche, lo confesso, un po’ angosciante: chissà cosa verrà fuori dalla musica del futuro, non solo la mia. Comunque, ”I have faith in these desolate times”, come diceva Terence Trent D’Arby.

Abbiamo parlato di black music…e, infatti, tu sei anche conduttore radiofonico, con un programma tutto tuo su Radiosonar; programma che, personalmente, adoro. Ce ne parli un po’?

Ti ringrazio ancora, e ringrazio innanzitutto di vero cuore chi ha contribuito a creare quel programma e tutti i compagni e le compagne di Radiosonar. Ho cercato di non fare il solito programma di musica black, ce ne sono molti meglio del mio (il classico The Vibe su Radio Capital, ad esempio): nel mio piccolo cerco di evitare brani contemporanei che con la grande musica black nulla hanno a che vedere (a parte il colore della pelle degli interpreti) e non amo molto i classici trasmessi da tutte le radio. Meglio portare brani meno noti, o brani poco considerati di artisti ”bianchi” che hanno influenze nere piuttosto che riproporre sempre le stesse cose. Poi ogni tanto qualche ”novità” spunta fuori, ma è poca cosa e dura lo spazio di una canzone, vedi Anderson.Paak o Jorja Smith.

Mi diverte molto andare in giro per mercatini e trovare roba black sconosciuta per poi riproporla. Quando le persone mi ringraziano per aver far loro scoperto qualche brano che hanno apprezzato è una sensazione bellissima. E tutti i compagni e colleghi in radio sono dei veri esperti nei loro generi musicali: non ho mai visto tanta passione e competenza, a differenza di certe cialtronate che si sentono sulle radio FM, anche grandi nomi.

Ti è venuta la curiosità di ascoltare Simone? Ecco i link ai suoi lavori su Bandcamp e al suo programma radio su Radiosonar!

BANDCAMP : Tolles Zeug by Kopko

Artificial Reality

RADIOSONAR: Move on up

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