Racconto – “Quando ci vedevamo e quando ci rivedremo?”

Questo racconto è il seguito di “A un metro di distanza” (perché qualcuno mi ha chiesto un seguito 🙂 )

Sto pensando a quando ci vedevamo in ufficio, quando tutto questo era minimamente immaginabile, se non in quei film di fantascienza o d’azione spesso americani e quasi sempre con il lieto fine. Ora che, invece, siamo in una realtà che ha superato il più assurdo dei film, non ne conosciamo ancora il finale. Non so se mi manchi il capo, con il suo incessante incolparci per ogni minima cosa e il suo riversare su di noi le frustrazioni da parvenu inconsistente. Non dico che lui possa mancarmi né il suo atteggiamento, ma guardo il tutto con gli occhi diversi, così come i faldoni che mi sono portata a casa, per il mio smart working di aiuto commercialista con sempre meno clienti, scappati anche prima della pandemia.

Sto pensando alle nostre pause pranzo scadenti con panini insipidi e riscaldati in fretta e furia al baretto convenzionato, all’unico caffè buono della giornata, oltre a quelli insapori della macchinetta in ufficio. Ripenso a quando qualche volta mandavano a quel paese il pranzo convenzionato e ce ne andavamo nel nostro bistrot preferito, quello con il mobilio un po’ industrial e un po’ shabby, dove spesso ci raggiungeva la segretaria, il giorno in cui aveva deciso di non portarsi l’insalatina nel portapranzo. Lei che faceva da terzo incomodo senza esserlo davvero, intramezzando i nostri discorsi con i suoi, spesso perfetti per spezzare l’imbarazzo che si creava, invece, quando eravamo soli, tu e io. Mi mancano questi momenti, mi mancano quei giorni spesso tutti uguali, in attesa di fine settimana che volavano troppo presto.

Chiusa in casa, come tutti, guardo lo smartphone e penso che non ci sentiamo da un mese, da quando l’ufficio è stato chiuso per le misure restrittive contro il virus. Prigionieri del virus, prigioniera io per l’impossibilità di vederti. Non so se mandarti un messaggio, non se tu stia bene, dato che non pubblichi nulla sui social, se non qualche “storia” senza immagini su Instagram. Non so se scriverti, se chiamarti, se, con una scusa banale, domandarti come procedano le tue pratiche. Tu che senti il capo e non me, perché abbiamo sempre condiviso una stanza, ma con incarichi diversi.

Chiederti che cavolo tu stia facendo, in questi giorni, non è un reato, così come non lo sarebbe se tu, nel caso, mi rispondessi. Ok, messaggio su Whatsapp inviato e tu che mi rispondi subito con un “Ehi, ma come stai? Posso chiamarti?”. Ti chiamerò io. Il virus non fermerà la mia gioia nel sapere che tu stia bene.

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