29/5/1985, il giorno bruttissimo della fine del calcio

foto dal web

Un giorno così “strascritto”, quello che ricorda i 35 anni della tragedia allo stadio Heysel di Bruxelles. Qui, però, troverete i miei ricordi, di quel maledetto giorno. Perché lo ricordo come se fosse ora. E se ci penso sto male, perché da allora la mia percezione del calcio non è stata più la stessa

Il 29 maggio 1985 io avevo 5 anni, un mese e due giorni. Era stata una giornata come tante, di una primavera di cui conservo un bellissimo ricordo, perché non andavo ancora a scuola e nel pomeriggio scendevo spesso a giocare con gli amici in cortile. E avevo pure avuto il morbillo. Ma chi se ne fregava? Ero felice. Il 1985, infatti, è stato, senza orma di dubbio, uno degli anni più belli della mia vita. Se dicessi il più bello, probabilmente, si penserebbe che la mia vita non sia gran che. Quindi non vi dico se davvero sia stato l’anno più bello della mia vita. Eppure, in quell’anno ho vissuto uno dei ricordi più brutti della mia infanzia e vita, in generale.

Era sera e mio padre voleva vedere la partita Liverpool-Juventus in tv, una partita qualsiasi, ma nemmeno tanto: si giocava per la Coppa dei Campioni. Era la Juve di Scirea e di Platini, non una qualsiasi. Un vero peccato non poter essere a Bruxelles, pensava sicuramente mio padre, invitato da mio zio ad andare insieme per assistere a quella partita. Poi aveva deciso di non andare più. Va beh, avrebbe tifato mio zio anche per mio padre. All’epoca non esistevano i cellulari e le ultime notizie che avevamo di mio zio è che fosse lì, allo stadio Heysel, per quella partita che doveva essere memorabile e che lo fu nel peggiore dei modi.

Poi, il collegamento tv con Bruno Pizzul e la sua voce strana. Ho sempre associato la voce di Pizzul a qualcosa di emozionante e bello, ma non quel giorno. Si notava che qualcosa non stesse andando per il verso giusto e che, in alcuni punti dello stadio, ci fosse una situazione caotica. Si vociferava di scontri e di feriti; forse c’era anche un morto. Era successo qualcosa di brutto e il pensiero corse subito a mio zio.

“Si trova lì, è lì” aveva detto più o meno mia mamma, agitata. Aveva provato a telefonare a mia zia, ma risultava occupato. Idem dai miei nonni. “Gli è successo qualcosa, la linea è occupata”. Mia madre si mise a piangere e piansi anche io. Mio padre era quasi inerme, davanti a quella diretta tv. La partita si giocò lo stesso, si disse per evitare che si scatenasse ulteriore panico. Non ci calmavano.

foto dal web

Poi, finalmente, riuscimmo a sentire mio zio, che non era partito per Bruxelles perché mia cugina, mia coetanea, aveva avuto un brutta febbre. Lui l’aveva scampata, ma non 39 persone, di cui 32 tifosi italiani (c’era anche un bambino di 10 anni): 39 individui avevano perso la vita per colpa di una partita di calcio. Tanta gente in quello stadio aveva amici, parenti, conoscenti e tanti sono rimasti feriti, anche in modo grave. Il padre di un mio amico che non vedo da un po’ era finito in coma. Una ferita indelebile, quella tragedia, per l’Italia e per il calcio, che da allora non è stato davvero più lo stesso, finendo, poi, per diventare puro business, oltre che violenza. Quante volte si sente parlare di scontri tra tifoserie? Per 22 tizi che prendono a calci un pallone?

Della tragedia Heysel il resto si conosce e non ho voglia di raccontarlo né di polemizzare.

Vi ho raccontato il mio 29 maggio 1985, che ha cambiato la mia percezione del calcio e del tifo e in una maniera così traumatica che, da allora, se solo sento parlare di violenze negli stadi, vado nel panico, oltre che provare immenso schifo.

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