Raffaele Cutolo, guru del male

A destra, Raffaele Cutolo negli anni 80

Muore Raffaele Cutolo, il boss più atipico della camorra campana e che, per un periodo(con strascichi che arrivano fino a oggi), ha esercitato la sua influenza su generazioni di giovani, votandoli a un baratro di cui non sempre erano consapevoli. Un personaggio su cui, anche per molto tempo, si potrebbero consumare fiumi di inchiostro, giga e corrente elettrica. Oppure, al contrario, dimenticarlo; ma sarebbe peggio.

Se i social network fossero esistiti tra gli anni 70 e 80 del Novecento, lui ne avrebbe fatto abbondante uso, magari non in cella, dove era detenuto dal 1963 per aver ucciso un ragazzo per banali motivi. Lo avrebbe fatto nel periodo in cui era latitante (1978/1979), magari usando un metodo per non farsi geolocalizzare. Avrebbe tenuto discorsi, fatto dirette, creato persino delle pillole di personal branding. Il tutto con il suo personalissimo e discutibile intento di riscattare i poveri contro lo Stato, contro un sistema sociale che li emarginava. Un intento, appunto, distorto, folle, perché improntato sulla violenza, sul male come unico modo per contrastare un bene che per lui era male. Logiche inverse e incomprensibili ma su cui aveva fondato il suo Credo. Era convinto che il suo fare del male fosse il solo metodo per fare del bene. Si riteneva una sorta di Robin Hood di Ottaviano(NA), che toglieva allo Stato per dare agli emarginati, ergendosi a paladino della salvezza degli ultimi. Un influencer dei poveri, un figlio di contadino che ce l’aveva fatta a diventare un guru della malavita organizzata. Ecco cosa sarebbe stato.

Quando iniziò la sua ascesa criminale, era giovane, come tanti altri a cui parlava con un italiano piuttosto forbito, a cui mostrava il suo- più o meno- saper scrivere. I social network non esistevano e lui parlava di “giustizia sociale” a coloro che conosceva in cella, forse anche con un sorriso, una pacca sulla spalla o, magari, asciugando le lacrime al ragazzo a cui diceva che lo avrebbe aiutato a trovargli un lavoro, una volta uscito dal carcere oppure che avrebbe trovato i soldi alla moglie per mantenere i suoi bambini; oppure che gli avrebbe promesso di pagargli gli studi. Chissà quanti fiumi di parole avrà speso per incantare chi non aveva nulla da perdere e che, come unica prospettiva di vita, avrebbe forse avuto quella di essere uno scarto della società.

Ed ecco che, col tempo, si era costruito un mito, intorno a sé, reclutando migliaia di ragazzi e giovani uomini, promettendo loro uno scopo in una vita difficile. Era come una sorta di riscatto, un’identità in mezzo all’anonimato della disperazione. In tanti erano come adepti di una specie di setta camorrista (la NCO, che forse non voleva dire Nuova Camorra Organizzata; ma non lo sapremo mai, lo sapeva solo Cutolo). Erano come degli invasati, che a volto scoperto davanti alle telecamere dicevano di voler anche dare la vita per lui. Ne parlo anche qui, soffermandomi su un esempio piuttosto simbolico della devozione a Don Raffaele e che mi ha sempre suscitato sentimenti contrastanti, di sgomento e di pena al contempo per un giovane talmente fan del boss di Ottaviano da essersi scavato la fosse con una sua dichiarazione. Fu ucciso pochi mesi dopo a colpi di pistola. Così come avevo raccontato la vicenda di uno poco più che ragazzino della NCO, sezionato come se fosse carne da macelleria.

Perché entrare in un clan di camorra, in uno qualsiasi, o ti porta alla morte o in galera e non ti dà nessuna gloria, non ti riscatta nella società. Raffaele Cutolo (anche con l’aiuto di sua sorella Rosetta; il loro rapporto mi ha vagamente ispirato elementi del mio primo romanzo) aveva dato in pasto i suoi ragazzi a tutti gli altri clan presenti nel territorio campano, come Charles Manson aveva portato i suoi adepti a compiere cose orribili. Sì, perché il forte carisma nonché intelligenza di Cutolo è paragonabile a quella di un vero e proprio guru e incantatore del male.

Se fosse nato in un contesto diverso e non fatto di soprusi e di sopraffazione, forse avrebbe creato un’azienda che non avrebbe sfigurato davanti alle più note multinazionali o forse ci avrebbe riempito i social di contenuti, tra poesie, contenuti di marketing, politica o magari solo sciocchezze. Ma sicuramente si sarebbe fatto notare e non avrebbe fondato un clan di camorra. Del resto, se Hitler fosse stato preso all’Accademia di Belle Arti di Vienna il mondo avrebbe avuto altro destino. Ma anche se il succitato Charles Manson avesse sfondato nel rock…Sharon Tate sarebbe ancora viva.

La sua morte non deve far calare l’oblio su di lui, perché ciò che ha fatto deve servire affinché non vi siano nuovi guru votati alla cattiveria, a non far scendere l’attenzione su quanto l’umanità possa partorire esemplari malvagi e dal perverso seguito.

Di Raffaele Cutolo auspico:

  1. o dei film non romanzati e che non ne creino il culto o confusione tra personaggi veri e reali (come ha fatto Il Camorrista, film di Tornatore del 1986, con un Ben Gazzara che fa bene Ben Gazzara e non Cutolo; il film, comunque molto bello, è tratto dal libro omonimo del grande giornalista Joe Marrazzo), ma anzi, siano fedelissimi alla realtà. Nomi e cognomi e fatti narrati bene.
  2. o una docuserie stile Sanpa

Molto bella la diretta che ha fatto Roberto Saviano sul suo canale Instagram, a proposito della morte del boss di Ottaviano.

Raffaele Cutolo non si è mai pentito davanti alla legge, ma mi auguro abbia compreso, fino al suo ultimo istante di vita, il male che ha fatto.

Non riposerà in pace. E perché dovrebbe?

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